Superato il limite: Beni Culturali italiani allo sfascio!
Questa volta è stato superato il limite! Ci sentiamo offesi, umiliati e mortificati, come Italiani e cittadini, e come addetti ai lavori.
Non è possibile in nessun modo accettare quello che è accaduto nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria: le celeberrime statue dei “Bronzi di Riace” sono state PROFANATE da un sedicente artista che le ha vestite di veli, boa fucsia, tanga leopardati e bouquet da sposa per fotografarle.
Prima di analizzare quanto è accaduto, avanziamo subito la nostra richiesta: questa redazione chiede le immediate dimissioni della Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria Simonetta Bonomi; le dimissioni del direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, se diverso dal Soprintendente (dal sito “www.archeocalabria.beniculturali.it” non si evince nulla in merito); il licenziamento, ove se ne riscontrino legalmente gli estremi del personale di sala che ha permesso a quella persona di predisporre quell’abominevole set fotografico; l’immediato trasferimento dei Bronzi di Riace ad altra istituzione che possa farsi garante della loro tutela e promuovere la loro valorizzazione.
Detto questo, ecco quanto accaduto.
Tale Gerard Bruneau, fotografo che mira allo scalpore (già se la prese con “Paolina Borghese” tempo fa), perché evidentemente non riesce a farsi seguire in altro modo, ha predisposto un set fotografico, con tanto di collaboratrice, ed ha vestito i Bronzi di Riace con accessori kitsch quali un boa fucsia e un tanga leopardato; non contento, ha poi pensato che fosse opportuno mettere anche un velo da sposa e un bouquet in mano ad una statua. Ricordiamo che le due statue sono tra i pochissimi esemplari di originali in bronzo giunti dall’antichità fino ai nostri giorni.
Forse ne voleva fare delle icone gay. Se fosse così, questo signore dovrebbe studiare molto di più per comprendere le opere che stava insozzando, e la cultura greca antica che è loro sottesa. La parola omosessualità, e il suo frequente uso in un’accezione negativa (o quanto meno alternativa a ciò che è avvertito come normalità), è completamente inopportuna nel contesto storico della creazione delle statue. Ed evidenziamo ancora la locuzione “contesto storico” e non artistico, perché l’arte (e nel caso dei Bronzi di Riace è arte su committenza, come spesso accadeva nell’antichità) è in qualche testimone degli usi e del modo di vedere della sua epoca (parliamo di arte, non di Bruneau… tranquilli!); e pertanto quello che accadeva nella Grecia antica era legata alla “paideia”, all’educazione del ragazzo, e non è autorizzata la parola “omosessuale” come pratica altra rispetto ad una “normalità” di una qualche maggioranza. Non c’era dicotomia. Bisognerebbe approfondire l’argomento, ma non è questa la sede.
La notizia dell’accaduto è stata riportata da “Dagospia.com” e poi ripresa da “Famedisud.it”. Sul sito di Dagospia è possibile vedere, oltre alle foto, anche un video della preparazione di questa schifezza. E lo ripetiamo anche: è una schifezza! Non è arte! L’arte persiste e dura, tra un po’ di tempo di questa inutile buffonata non rimarrà niente, e le fotografie di questo improvvisato sexy shop faranno solo male all’immagine dei Beni Culturali italiani. E al lettore diciamo che noi siamo promotori e sostenitori dell’arte contemporanea, anche quando questa si estrinseca attraverso le performance, che, lontanamente da quanto di crede, vengono da lontano e non sono recenti come forma espressiva. Qui non si tratta di bigottismo, come pure si legge ahimè in merito a questa vicenda, o della solita considerazione da Italiani conservatori. Qui si tratta di chiamare il fatto con la parola che merita: una schifezza. Inutile e volgare, un atto travestito da denuncia per essere autorizzato agli occhi di chi guarda, con la prassi stanca, esausta, defunta della novità per forza, della sorpresa a tutti i costi.
Chiediamo, infine, al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini di aprire un’inchiesta su quanto accaduto e di prendere seri e severi provvedimenti e, quindi in soldoni, di fare il suo mestiere.
Il video e le foto (su Dagospia.com) evidenziano, infatti, come gli assistenti di sala non fossero per niente sorpresi, anzi osservavano incuriositi quanto accadeva davanti ai loro occhi. Appare, quindi, evidente che quanto accaduto fosse autorizzato perché sembra impossibile (almeno questo vogliamo sperarlo!) che degli addetti di sala possano prendere decisioni autonome sull’uso e abuso di capolavori o reperti contenuti nelle sale di un museo. E le parole di stupore (riportate da Famedisud.it, e prima, pare, da “Blitz quotidiano”) della soprintendente Bonomi “chiaramente senza concordare con me i contenuti del servizio, le cui immagini ho visto per la prima volta adesso” appaiono sconcertanti, anche perché se trovassero riscontro nella realtà dei fatti, aprirebbero uno scenario inquietante: è mai possibile che un soprintendente non sappia cosa accade in un museo di sua competenza?! Ed è possibile, altresì, che i dipendenti che dirige fanno quello che vogliono senza la sua autorizzazione!? Se tali parole sono vere, rivelano una colpa della soprintendente, se possibile, ancore più grave.
I “Bronzi di Riace” come tutti i beni conservati nei musei statali appartengono a tutti i cittadini italiani e pertanto noi esigiamo che vengano prima tutelati e poi valorizzati, proprio come viene prescritto dalla Costituzione della Repubblica Italiana e dal Codice dei Beni Culturali.
Il Ministro Franceschini faccia il suo dovere.

